Tra i viaggi intrapresi nel Sud Est asiatico in tanti anni ce ne sono alcuni che porto nel cuore con un ricordo indelebile, uno di questi è un viaggio fatto in Indonesia con la mia compagna. Gli oranghi nel Kalimantan sono stati una grande emozione.

 

Era la fine di Maggio per cui confidavamo di trovare un clima gradevole essendo l’Indonesia sulla fascia equatoriale e quindi presenta la sua stagione migliore proprio nel periodo che va da Aprile alla fine di Ottobre.

Avevamo il desiderio di tornare a Bali per godere della cultura e del benessere che questa meravigliosa isola offre per poi raggiungere il Borneo indonesiano e vedere gli oranghi che popolano la regione del Kalimantan. Poi, per concludere, concederci un periodo di relax nel meraviglioso arcipelago di Karimunjawa con un soggiorno mare al Kura Kura Resort.

Desideravo un viaggio alla ricerca di cultura ma ancor più di natura, quella vera dove il turismo ancora non ha stravolto i luoghi, le usanze, i paesaggi.

Un viaggio dal successo garantito, infatti sapevamo bene che meraviglia ci attendeva sia a Bali che nell’arcipelago di Karimunjawa, mentre per quanto riguarda il Kalimantan non sapevamo bene cosa aspettarci, l’aspettativa era bassa ma la curiosità altissima: sapevamo che serviva un buono spirito di adattamento ma che sarebbe stato ampiamente ripagato dall’incontro ravvicinato con gli oranghi.

COME SEMPRE SUCCEDE, È PROPRIO DA CIÒ DA CUI TI ASPETTI MENO CHE TROVI LE EMOZIONI E LE SORPRESE PIÙ FORTI. E’ STATA INFATTI UN’ESPERIENZA COSÌ BELLA E INTENSA CHE HA CARATTERIZZATO IL VIAGGIO E HA ESALTATO ANCORA DI PIÙ, PER QUANTO POSSIBILE, ANCHE GLI ALTRI LUOGHI VISITATI.

In questo racconto quindi voglio proprio focalizzarmi su questa esperienza raccontandovi dettagli ed emozioni vissuti in questi tre indimenticabili giorni.

Alla scoperta degli oranghi del Kalimantan, nel Borneo indonesiano

Già durante il volo che da Bali ci avrebbe portato nel Borneo indonesiano scrutavo curioso dal finestrino dell’aereo in cerca di qualche anticipazione di ciò che mi aspettava. Avevo voglia di scoprire quella terra e dall’alto volevo anticipare l’esplorazione di quel territorio. Dall’aereo ammiravo la foresta pluviale fitta di vegetazione che regalava infinite sfumature di verde, sembrava quasi una grande foglia le cui venature erano rappresentate dai fiumi che l’attraversavano.

Raggiunto l’aeroporto di Pangkalanbun abbiamo incontrato la guida che ci ha accompagnato in macchina fino al vicino molo dove ci attendeva il nostro Klotok, un’imbarcazione stretta e lunga tipica indonesiana, adatta per navigare lungo le strette vie d’acqua che attraversano la foresta. I Klotok fungono anche da piccole abitazioni galleggianti sono dotate di cucina, bagno e camera da letto tanto che molti turisti le utilizzano anche come albergo per trascorrervi la notte. Specie durante la bassa stagione, quando le imbarcazioni che si addentrano nella foresta sono davvero poche, soggiornare a bordo è un’esperienza fantastica che permette di scoprire gli innumerevoli suoni della natura che accompagnano la notte. Più confortevole e non meno emozionante è soggiornare nei pochi lodge all’interno della foresta, piccoli semplici e cari.

 

Lungo il tragitto che dal molo ci conduceva al lodge abbiamo assaporato un gustoso pranzetto a base di gamberoni al curry e altri piatti tipici preparato dal cuoco di bordo, a fine pasto abbiamo ben pensato di lavarci le mani nell’acqua del fiume ma capimmo che era una idea poco saggia appena vedemmo un coccodrillo nuotare poco distante da noi.

 

 

Il lodge, spartano ma accogliente, è all’interno del Tanjung Puting National Park che si estende per circa 4.000 km quadrati ed è costruito a palafitta in mezzo alle mangrovie. Soggiornarvi si è rivelata una scelta ottima che ci ha permesso di non incontrare quasi mai altri turisti sebbene il periodo scelto fosse già di per se poco affollato. Infatti il nostro Klotok rimaneva ormeggiato al molo del lodge e partiva appena avevamo consumato la prima colazione per poi addentrarsi nei piccoli canali con orari diversi rispetto ai più che soggiornavano a bordo.

Navigare immersi nella foresta pluviale è stata un’emozione unica e una sorpresa continua. Abbiamo vissuto incontri di ogni genere; scimmie di ogni specie, coccodrilli e infinite specie di uccelli coloratissimi che col loro canto accompagnavano il nostro tragitto.
Accompagnati da un bravissimo ranger che parlava un ottimo inglese, siamo sbarcati e ci siamo addentrati a piedi nella foresta. Lungo i sentieri,  le emozioni si sono amplificate fino a raggiungere l’apoteosi quando il nostro cammino fu interrotto da un orango che stazionava lungo la nostra via.

oranghi nel Kalimantan

La scoperta di Camp Leakey e l’attivismo di Biruté Galdikas

Stavamo procedendo verso la nostra prima tappa, Camp Leakey, un campo di ricerca e di riabilitazione di oranghi fondato nel 1971 dalla dottoressa Biruté Galdikas, una scienziata canadese che per prima inizio a studiare gli oranghi e i loro comportamenti.

Biruté Galdikas ha combattuto per anni per cercare di sradicare l’abitudine della popolazione locale che, come fonte di sostentamento, era solita rapire i cuccioli per rivenderli come animali da compagnia.

Ha inoltre contrastato attivamente le aziende minerarie che, con metodi poco ortodossi, non si facevano scrupoli a violentare la foresta per dedicarsi all’estrazione dell’oro. Inizialmente lo scopo di questo centro era quello di studiare la vita degli oranghi. Poi nel tempo Camp Leakey diventò una realtà importante di sostegno per questi primati e inizio una attività mirata al reinserimento nel loro habitat naturale per cuccioli sottratti ai contrabbandieri, per adulti feriti o cacciati dalla foresta rimpiazzata da piantagioni non autoctone.

Si scoprì poi che gli animali entrati in contatto con l’uomo, anche per periodi limitati, non riuscivano più a tornare completamente alla vita selvaggia. In particolare, i piccoli che, privati della madre, erano stati cresciuti a biberon. Per cui gli operatori del centro diventarono le nuove mamme di questi cuccioli e, travestiti con tute pelose, gli insegnano ad arrampicarsi sugli alberi, li coccolano e li nutrono.

Dopo aver scoperto l’attività di queste valorose persone abbiamo raggiunto il nostro Klotok e proseguito la navigazione. Una volta ormeggiato, a piedi abbiamo raggiunto una feeding station dove i ranger sono soliti portare banane e taniche di latte agli oranghi attraversando la giungla più fitta, tra liane, mangrovie, serpenti ed insetti di ogni genere.

Infatti, anche se la maggior parte degli oranghi vive in libertà, nutrendosi di quello che trova nella giungla, i ranger garantiscono questo cibo per assicurarne la sopravvivenza anche a seguito dei danni creati dall’uomo ad un ecosistema naturale di per se perfetto.

 

Lungo il cammino il nostro ranger emetteva urla stile Tarzan per attirare a se gli oranghi ed infatti ad un certo momento abbiamo udito un gran frastuono di fronde di alberi, ci siamo girati e abbiamo visto una famiglia di oranghi saltare da un albero ad un altro ad una velocità pazzesca.

Ci ha stupiti l’agilità con cui si muovevano attraverso i rami degli alti alberi nonostante le loro dimensioni. Infatti questi bestioni possono raggiungere anche i due metri e mezza di altezza, ma ancora più affascinante era il loro comportamento e la loro gestualità incredibilmente simile a quella umana. Essendosi avvicinati tantissimo a noi, osservammo le loro espressioni, i loro sguardi incuriositi. Ci guardavamo negli occhi e ci scrutavamo a vicenda con una intensità indimenticabile. Il cuore batteva forte e avvertivo un grandissimo desiderio di abbracciarlo, ormai ero suo amico.

Abbiamo continuato in questi tre giorni ad esplorare diverse aree del parco e raggiunto quindi svariate stazioni di nutrimento ed ogni volta era ancora più bello della volta prima. Ricordo quando, lungo un sentiero, incontrammo una orango mamma col suo piccolo e ci fermammo un bel pò di tempo ad osservarla; lei puliva il pelo del suo cucciolo con le labbra e lui dimostrava a lei tutto il suo affetto con carezze e baci sula bocca. In quel momento assumi la certezza dell’origine umana.

Dopo già i primi incontri con gli oranghi, avevamo archiviato quel timore che un pò ci spaventava. Ci siamo infatti subito sentiti a nostro agio. Rimasi però sorpreso nel notare che i ranger che ci accompagnavano non fossero armati e mi chiesi in che modo avrebbero potuto proteggerci in caso di un attacco improvviso da parte di questi primati.

Scoprii con grande interesse che la loro unica arma di difesa era un termos pieno di acqua bollente. Un ranger mi spiegò che aprendo i termos il vapore che ne esce spaventa gli oranghi fino a farli scappare a gambe levate poiché traumatizzati dal fuoco e dal fumo degli incendi causati dall’uomo in più di trent’anni di disboscamento illegale della foresta per fare spazio ad attività più redditizie quali le piantagioni di palma da olio.

Fortunatamente queste pratiche sono molto meno frequenti sia per sensibilizzazione esterna sia per la consapevolezza che, preservando il territorio naturale, anche i locali possono trarre beneficio con il turismo responsabile.Per fortuna il territorio è ancora piuttosto selvaggio, quindi tra montagne, fiumi, foreste e paludi, è ancora possibile godersi la bellezza del Kalimantan.

 

 

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